Dom, 07/03/2010 - 20:16
di Claudio Fava
C’è un mal sottile che lega tra loro alcune notiziole vaticane di ieri e ne riporta alla memoria altre, d’un passato non proprio remoto. Dalla Polonia apprendiamo che la beatificazione di Giovanni Paolo II subirà un rinvio: il miracolo su cui la Congregazione per le Cause dei Santi dovrebbe esprimersi, la guarigione di una suora polacca colpita dal Parkinson, sembra meno convincente del previsto. Pare che la suora stia di nuovo poco bene e che la mano del papa sia stata per lei meno santa del previsto. Certo, se pensi alla densità umana di Wojtyla, alla sua fatica di essere uomo e pastore di due miliardi di cattolici, alla straordinaria prova di vita con il suo fardello di contraddizioni e di generosità, se pensi a tutto questo ti viene da sorridere al puntiglio un po’ manicheo con cui si affida il giudizio della storia al “miracolo” di una guarigione contestata. Puntiglio da notai in una chiesa in cui i galloni di santo o di beato ormai non si rifiutano più a nessuno, nemmeno a Josè Maria Escrivà, fondatore di quel cenacolo di umili e miti che è l’Opus Dei.
Lun, 01/03/2010 - 06:25
di Claudio Fava
Se vogliamo dirla tutta, la mafia non è entrata in Parlamento con il senatore Di Girolamo. Le cosche, i loro uomini in Parlamento li spediscono con solerte puntualità da parecchi decenni. Vi ricordate Gaspare Giudice, uno dei fondatori di Forza Italia in Sicilia? Nel 1998 la Procura di Palermo chiese all’aula di Montecitorio il suo arresto ritenendo che fosse a disposizione della Famiglia di Caccamo. “Gasparino! Guarda che lì dentro ti ci abbiamo messo noialtri!” gli mandavano a dire al telefono: e l’onorevole obbediva. Alla fine Giudice è stato assolto con molti reati prescritti e una sentenza in cui si afferma di aver "verificato con assoluta certezza" l'appoggio datogli da Cosa nostra nel 1996 e "con grandissima probabilità" anche nel 2001.
Lun, 22/02/2010 - 06:23
Ciascuno di noi appartiene a una sola storia: la memoria spesso è la nostra condanna a ripercorrerla, a ritrovarne i segni nel corso di tutta la vita. Una storia che ci segue e ci insegue, senza mai rimorsi. Raccontarla serve a volte a fingere che non sia mai esistita. Nel film di Mihaileanu «Il concerto», il direttore d’orchestra del Bolshoi viene cacciato dai burocrati comunisti per aver mostrato troppa disponibilità con gli orchestrali ebrei: la sua storia è tutta nell’attesa di riprendersi quel concerto di Chaykovsky rimasto per lui incompiuto, una esecuzione spezzata a metà, inseguita per trent’anni e ritrovata altrove, su un altro palcoscenico, in un altro Paese. È la parabola della vita che si riprende quello che le era stato tolto dall’ottusità di un regime, e lo riporta in alto, in cima ai sentimenti, ne fa canto e gloria come può accadere solo con l’esecuzione perfetta di uno spartito inimitabile.
Dom, 14/02/2010 - 22:56
di Claudio Fava
Mettiamo che tra voi lettori ci sia un giovanotto da poco laureato in Lingue e Letterature straniere con un voto generoso, diciamo tra il 105 e il 110. Mettiamo ancora che conosca perfettamente inglese e francese, che abbia un diploma post laurea come esperto bibliotecario e che possa contare su una congrua esperienza maturata nell’organizzazione dei fondi bibliotecari. Mettiamo infine che abbia perfette conoscenze di biblioteconomia, bibliografia e storia delle biblioteche. E naturalmente che sappia usare tutti i programmi informatici necessari a queste sue competenze. Bene, se qualcuno di voi possiede questi titoli potrà partecipare a un concorso per la gestione della biblioteca della facoltà di Lingue con sede a Ragusa. Se i titoli verranno ritenuti idonei, se avrà sbaragliato la concorrenza e se supererà il colloquio d’ammissione, otterrà un incarico per sei mesi, dietro un compenso lordo complessivo di cento euro. Che, tolte le tasse, fa 13 euro al mese. Più o meno dieci centesimi di euro l’ora.
Il bando sta nel sito dell’Università di Catania, numero di riferimento 458. E non è storia isolata. Quando il ministro Brunetta parla dei bamboccioni nostri che invece di andare a faticare vivono appesi alle gonne delle mamme, quando allude a un paese di pigri e imbelli, dovremmo chiedergli se il governo di cui egli è ministro è lo stesso che ospita la signora Gelmini.
Lun, 08/02/2010 - 06:34
di Claudio Fava
Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani (oggi presieduto da Massimo D’Alema, fino a ieri da Francesco Rutelli) fa sapere che nelle prossime riunioni si pronuncerà sulla congruità e proporzionalità nell’uso del segreto di Stato per il caso Abu Omar. Scrupolo doveroso, perbacco. Se non fosse che quel segreto fu agitato, invocato e infine opposto contro il processo di Milano proprio dal governo Prodi: di cui D’Alema era ministro degli Esteri e Rutelli vicepresidente del Consiglio. In una sbrigativa amnesia, Francesco Rutelli dimentica oggi ciò che affermò ieri quando, parlando a nome del Governo, accusò i procuratori di Milano Ferdinando Pomarici e Armando Spataro di «aver illegittimamente e ripetutamente violato il segreto di Stato» nella conduzione delle indagini sul sequestro dell'ex imam egiziano, di «aver violato le prerogative di secretazione del governo» e di aver operato dolosamente «l'acquisizione di materiale classificato e di elementi informativi» su cui «il governo aveva provveduto ad apporre il segreto di Stato».
Tecnicamente, oggi lo sappiamo, erano tutte balle. La sentenza che ha ritenuto (grazie al governo Prodi e ai suoi segreti di Stato) non giudicabili i vertici del Sismi, ha spiegato che Pollari e i suoi collaboratori erano colpevoli. Quel sequestro si consumò con la «compiacenza, e forse la conoscenza del Sismi, ma che di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie, pur esistenti, per l’apposizione del segreto di Stato» da parte del governo italiano.
Dom, 31/01/2010 - 23:26
di Claudio Fava
La Cassazione ha detto sì all’arresto di Nicola Cosentino, dando ragione ai giudici di Napoli che lo considerano uomo della camorra e lo hanno incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Con i Casalesi, scrivono i magistrati, Cosentino “ha contratto un debito di gratitudine”: insomma, è cosa loro. Per cui va arrestato e processato. Niente paura: Cosentino resterà a spasso, coordinatore regionale del suo partito (la PDL) e sottosegretario al Tesoro con delega al CIPE. La Camera ha già provvidenzialmente negato l’autorizzazione all’arresto con un voto provvidenzialmente trasversale e così sia.
Cosentino era il candidato di Berlusconi per la presidenza della Regione Campania e da queste colonne, qualche settimana fa, chiedemmo a quella terra e alla sua politica migliore di dare una risposta di forte dignità a chi considera le istituzioni un suk dove ogni mercimonio, ogni menzogna, ogni compromesso sono benvenuti. Pensammo che quella risposta, netta e alta, fosse necessaria senza dover aspettare un passo indietro di Cosentino: non si trattava di ostacolare la candidatura di un politico sospettato d’essere uomo dei camorristi ma di affermare l’idea che un’altra politica era ed è possibile: anche a Napoli, anche in Campania.
Dom, 24/01/2010 - 21:47
di Claudio Fava
La propria memoria, il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi se l’è giocata ai dadi, un tiro maldestro e di colpo Milano si è purificata di tutti i suoi peccati, passati e futuri. A Milano non c’è mafia, dice il prefetto come se vivesse a Stoccolma e non in uno dei crocevia più strategici e spietati dei traffici criminali italiani. E pazienza per quei 2.730.000 risultati che vi darà google se imposterete, l’una accanto all’altra, le parole mafia e Milano. Peccato che questo furto di memoria il prefetto Lombardi se lo sia inflitto proprio in occasione della visita a Milano della Commissione parlamentare antimafia: come dire, che diavolo ci siete venuti a fare fin qui?
Gli stessi concetti sulla verginità di Milano li esprimeva il sindaco socialista Pillitteri, una ventina d’anni fa. Incurante del senso del ridicolo che quelle sue parole producevano in una città frequentata da stimati gentiluomini come Luciano Liggio (pensate il caso, fu arrestato proprio a Milano, in via Ripamonti) Gerlando Alberti, Gaetano, Fidanzati, Stefano Bontate… “Suvvia, signori, quale mafia! Furti di autoradio, qualche scippo, un po’ di vagabondi a bivaccare sulle panchine della stazione centrale”. E centotrè sequestri di persona in dieci anni. Anni in cui c’erano più morti ammazzati a Milano che a Palermo.
Dom, 17/01/2010 - 21:46
di Claudio Fava
Per capire cosa stia accadendo in questo paese, non nelle sue cronache ma nel senso profondo delle cose che accadono, bisogna tornare con la memoria a Castelvolturno. Alla strage dei sei immigrati africani abbattuti a raffiche di mitra dai sicari dei Casalesi nell’autunno di due anni fa. Una strage senza movente, se per movente non s’intenda l’improvvisa vocazione della camorra e delle altre mafie ad assumersi funzioni di supplenza civile: troppi negri per strada, troppi africani nelle nostre periferie, troppo rumore attorno ai nostri traffici criminali. Insomma li ammazzano, uno per uno, gli sparano addosso centotrenta pallottole, poi se ne vanno con le facce ebbre e stravolte di chi ha dimostrato chi comanda laggiù, chi fa le leggi, chi è dio in terra. Il giorno dopo cinquecento extracomunitari si ritrovano in una manifestazione spontanea e sfilano per le vie desolate del paese dicendo quello che tutti sanno e che pochi hanno il coraggio di balbettare: è stata la camorra, hanno ucciso per far capire che tocca solo a loro, ai macellai dei Casalesi, decidere quale colore debba avere la pelle degli altri.